A Nordic house. I really love it :))
(Fonte: sannaochsania.blogspot.fr, via petitevanou)
A Nordic house. I really love it :))
(Fonte: sannaochsania.blogspot.fr, via petitevanou)
Se non ve ne foste accorti, è Natale signore e signori.
La mia voglia di festeggiare rasenta i minimi storici: vuoi un po’ perché Babbo Natale ha perso il mio indirizzo e praticamente non mi porta più regali (ovviamente l’unica spiegazione è questa. Se state pensando all’eventualità che io faccia parte dei bimbi cattivi, beh… sappiate che siete nel periodo ipotetico del 3° tipo, quello con l’aoristo. Ok, la smetto di pescare a casaccio tra i ricordi del Ginnasio) e vuoi anche perché, per me, il vero Natale è quello con la neve.
Ora, considerando che ho 22 anni (e Babbo Natale non lo vedo da un pezzetto) e che vivo ad una latitudine ben lontana da quella che ti garantisce la neve nel giorno in cui nacque Gesù e in cui Babbo Natale passa a farti un salutino, beh… il mio spirito Natalizio non è granché.
E per evitarvi di subire la mia incipiente e galoppante misantropia, sono qui pronta a servirvi una tradizione Natalizia Svedese.
Ingredienti:
- un televisore
- un divano
- un 24 Dicembre a caso
Bene, ora che avete tutto il necessario siete pronti.
Se avete la fortuna di trascorrere il Natale nella terra delle tre corone, oltre a beccarvi un’atmosfera candida, per la neve, e sfavillante, per le lucine, organizzatevi ben benino perché il 24 Dicembre alle 15 non potete prendere impegni, girovagare per negozi, andare in banca o qualsiasi altra cosa includa gente e servizi.
Non preoccupatevi, non è uno scherzo organizzato dai 9 milioni e passa di abitanti palliducci. È solo che alle 15 della Vigilia, per un’ora, va in scena una delle tradizioni decabriste (non c’entra niente con la Russia, ma ‘sta parola mi piace un sacco) più sentite dai Vichinghi.
Visto che gli ingredienti son tutti pronti, sedetevi sul divano, accendete la tv sul canale TV1 (il canale più importante della TV pubblica Svedese. Quello che per noi, una volta, era Rai1) e godetevi lo spettacolo, in rigoroso silenzio, con tutta la famiglia (cani compresi).
Non temete, non state per assistere ad una funzione religiosa o a qualcosa di solenne ed elitario: alle 3 del pomeriggio della Vigilia di Natale di ogni anno, a partire dal 1959 (cioè da quando gli apparecchi televisivi fecero la loro prima apparizione sul suolo Svedese), va in onda “Kalle Anka och hans vänner önskar god Jul”, vale a dire “Zio Paperino e i suoi amici vi augurano buon Natale.
Magari vi sembrerà strano, ma Zio Paperino Natalizio si piazza, ogni anno, nella top3 della classifica dei programmi più visti in Svezia. Lo show consiste nel mix di vari spezzoni di cartoni Disney, dagli anni ‘30 agli anni ‘60 ai quali, ogni anno, si aggiunge qualche spezzone del film Disney più recente. In realtà non c’è una spiegazione precisa sulla nascita di questa tradizione, ma si pensa possa derivare dal fatto che l’unico momento in cui si potevano guardare cartoni Disney nella tv Svedese era proprio questo: probabilmente anche i marmocchietti vichinghi hanno il potere di impossessarsi di telecomando e TV nel momento dei cartoni, per cui penso che il merito sia tutto loro.

Glad Sankta Lucia! Happy St. Lucia day! :)
(via suspicious-eleonora)
Godiamoci un po’ di clima Natalizio Svedese :)
(Fonte: meandmytraveling)
Hello there readers!
Il menù della casa oggi offre curiosità e superstizioni Svedesi, in salsa di Tierp.
Magari in questo momento vi starete chiedendo quale deliziosa leccornia sia questa salsa, o magari siete già arrivati su questa pagina di (sempre sia lodata) Wikipedia. In realtà era solo un po’ di sano e ingnoto umorismo Svedese: Tierp è la città più brutta della Svezia e non ha niente a che fare con salse o manicaretti vari. Ho soltanto scoperto la notizia e volevo condividerla col popolo di tumbla, certa dell’immane apprezzamento che ciò avrebbe suscitato. Ora, io non ci sono mai stata e quindi non posso confermarvelo, ma temo che sia davvero brutta, visto che googlando sono riuscita a trovare solo persone diversamente allegre, case sistemate secondo un piano regolatore progettato dai programmatori di Tetris e vari mezzi di locomozione, che probabilmente sono stati ripresi nell’atto di fuga da Tierp. Dopo aver fatto una straordinaria pubblicità alla già menzionata città, è ora scossa di tuffarci (tenete a mente la parola) nelle credenze popolari del Regno delle tre corone. *Time for questions: solo a me viene in mente questo, quando si parla di credenze popolari? Ended time*
Ora, chi di voi ha mai pensato che ci potesse essere una somiglianza tra la terra delle renne e la terra del Vesuvio? Ecco, io no e penso neanche voi e se qualcuno sta alzando la mano, sappiate che so che è solo per andare in bagno. Detto ciò, chi ha bisogno vada in bagno e poi ricrediamoci tutti insieme.
Quando si parla di scaramanzia, mi viene sempre in mente l’aneddoto di un mio compagno di classe di liceo. Lui, che vicino al Vesuvio c’è nato davvero, alla vista di un gatto nero che attraversava la strada per i fatti suoi, ha bloccato la macchina per ore pur di non passare di là, aspettando che transitasse un’altra auto. Ecco, a Stoccolma (e non solo lì) succede più o meno la stessa cosa.
Passeggiando per le strade di Stoccolma (ma va bene pure se state a Jesi, o a Bolzano o dove vi pare), non è strano inciampare (no, quella sono io) calpestare qualche tombino. *Parentesi: all’università c’è un intero corso (di cui ovviamente non ricordo il nome) che tratta di tombini e dei loro astrusi nomi perché, ebbene sì, la famiglia dei tombini è estesa quanto la Russia. #Sapevatelo. Chiusa perentesi*.
Ebbene, occhio a quale calpestate o saranno guai seri. Almeno così dicono. Se calpestate il K-Tombino, direi che vi va alla grande e che la vostra vita amorosa sarà in debito col vostro piede e con la suola delle scarpe. I visi pallidi, infatti, hanno una spiegazione romantica pure per i tombini. Associano il K alla parola kärlek, che significa amore. Per cui, se lo calpestate, avrete felicità amorosa finché campate (ma c’è pure una versione un po’ più realistica che prevede giubilo affettivo per un certo periodo. Della serie, finché dura fa verdura). Sono talmente convinti della veridicità di questa tradizione che hanno persino dei tappeti. Così, se per caso ti va male, puoi sempre tornare a casa e zompettare sul tuo tappetino finché le cose non migliorano.
Ma la vita non è tutta rose e fiori (che poi, se sei allergico sei doppiamente sfigato, visto che l’immagine di vita felice comprende cose che ti fanno star male all’inverosimile. Vabè, pensieri random) neanche in Svezia. Nossignore. A complicare la quasi perfetta vita Svedese ci si mettono quei malandrini degli A-Brunn, ovvero gli A-Tombini. Se malauguratamente calpestate o sfiorate il tombino con la A, sappiate che vi si prospetta un periodo amoroso piuttosto sfigato, visto che avbruten kärlek significa “sfortuna in amore”. Vi giuro che non è uno scherzo, ma a Stoccolma sono aumentati gli incidenti tra ciclisti in prossimità degli A-Brunn: a costo di non passarci sopra neanche con le ruote della bicicletta, gli Svedesi preferiscono scontrarsi tra di loro e fare un giretto all’ospedale. Tale Per Ankersjö, consigliere comunale assai attento alla salute dei suoi concittadini, ha deciso di cambiare tutti gli A-Brunn sostituendoli con gli C-Brunn.
Giusto per dovere di cronaca (anche se io, in barba ai miei doveri di Arch-Ingegnere, preferisco la versione romantica e tradizionale), vi dico che in realtà le lettere che contraddistingono i tombini hanno un significato preciso. La “A” degli A-Brunn sta per avlopp, cioè scarico. Quindi se doveste zompettare su un tombino con la A e poi, malauguratamente, tuffarvici dentro… beh, il vostro odore e il vostro aspetto ne risentirebbero a lungo. La “K” dei kombinationsbrunn sta ad indicare un tombino che combina scarichi e acqua, per cui se ci cadete dentro, vi va un po’ meglio. I puntigliosi Svedesi hanno altri 13 tipi di tombini, ma tranquilli… nessuno porta sfortuna come gli A-Brunn.
Per cui, la prossima volta che andate in Svezia, occhio a dove mettete i piedi!
P.S. Ognuno, me compresa, giudichi la sua attuale vita amorosa. Se siete sfigati, è colpa del tombino con la A.
P.P.S. Se non vedrete più post su iMind, significa che i cittadini e gli amministratori di Tierp mi hanno fatta prigioniera!
Procrastinatrice ufficiale. Non so, ma un ufficiale messo lì ci sta sempre bene, rende tutto più autentico. Si intende, voglio ancora fare l’ingegnere/architetto/pasticciera, però prima di tutto voglio procrastinare, visto che è la cosa che mi riesce meglio. Giusto per testimoniare che i 5 anni di liceo Classico non li ho ancora dimenticati del tutto, procrastinare mi fa venire in mente Boccaccio e Quinto Fabio Massimo. Il primo, perché ho ancora ben stampata in mente la parte in basso a destra di una facciata di un non ben precisato capitolo del libro di letteratura (memoria fotografica, grazie) che parlava di lui che si divertiva a procrastinare. Il secondo perché era detto il cunctator, che in latino significa temporeggiatore. Ora che ho meritato un pat-pat sulla spalla per avervi raccontato queste memorabili rievocazioni, concludo facendovi partecipi di una cosa che mi ha sconcertato e rincuorato allo stesso tempo: beccatevi questa.
Ora invece passiamo al tema del post, che in realtà non è che c’entri molto con la procrastinazione. O forse un collegamento ce l’ha, visto che ora dovrei allegramente studiare e invece me ne sto qui ad allietare allegramente il signor tumblr e voi che poi leggerete. Però traquilli, non sentitevi in colpa per quello che sto facendo per l’umanità: un giorno avrò un equo riconoscimento (come questo) che mi ripagherà di tutto (per chi non fosse pratico di James, di scaldabagni e quant’altro, qui c’è la storia al minuto 11:40… sob. Se avete 12 minuti di tempo, guardatevela tutta perché merita).
Tentativo numero due di cominciare il post. Oggi fra una procrastinazione e l’altra, ho scoperto che quei mattacchioni degli Spagnoli si divertono a prendere in giro i poveri, ingenui e tenerosi Svedesi. Se in Spagna vuoi dire far finta di non capire o far finta di non sapere devi dire: “hacerse el sueco”, che letteralmente significa fare lo Svedese. Boh, valli un po’ a capire sti Spagnoli… Quello di cui voglio parlarvi, però, non c’entra niente con lo Spagnolo. In questa immagine, oltre a chiazze di colori sparse su mezzo mondo, possiamo vedere che il Regno Unito sia l’unico stato che, nel corso dei secoli presi in considerazione, abbia avuto frotte di colonie Vichinghe su tutto il territorio. Tralasciando in questo post quello che i Nordici abbiano fatto/ devastato/ costruito nei territori in cui vivono e regneranno sti due (God save them! E se ha tempo pure la Regina), vorrei analizzare l’influenza (ogni tanto parlo forbito, lasciatemelo fare) che la lingua Vichinga ha avuto su quella di Sua Maestà. Chi di voi non pensa alle renne, quando sente la parola Scandinavia? Bene, appurato ciò, vi dico che la parola Inglese reindeer viene dall’antico hreindyri. E che dire della parola town? Un’ingegnere/architetto non può non sapere che deriva da tun, che significa, suppergiù, spazio che si apre tra gli edifici. Se invece siete leggermente arrabbiati, la parola Inglese che fa per voi è berserk che deriva dal Vichingo berserkr, letteralmente il torso nudo dei coraggiosi Nordici che combattevano senza troppe cianfrusaglie in dosso, almeno così dicono i loro pronipoti. Concluderei allegramente con la parola smile, che deriva dallo smil dei guerrieri col cappello all’insù. Che poi mi chiedo, stavano sempre a combattere… che c’avranno avuto da sorridere? Boh.
Un’ultima perla di saggezza di cui voglio rendervi partecipi è questa: sapevate che la lingua dei segni (Tegnspråk) Norvegese ha gli stessi movimenti di quella del Madagascar? Beh, sapevatelo! ;)
La mia idea di vita felice assomiglia più o meno a questo. Non che ci sia niente di male nel bramare di diventare un più che dignitoso scaffale o una lucidatissima lastra di vetro, ma la mia aspirazione è quella di riempire gli scaffali con qualche delizia da me cucinata. E se proprio non c’è nessuno che lo faccia, sarò felice di lucidare anche la vetrina.
Ok… prima di proseguire con la missione (manco tanto subdola) di farvi acquistare, prima o poi, i miei dolci esposti sui bellissimi scaffali protetti da una bellissima lastra di vetro della mia pasticceria, vorrei condividere con voi anche i miei vecchi “da grande voglio fare questo”. Se la memoria non mi inganna (e probabilmente lo fa, considerata la mia notevole fama di colei che si scorda praticamente tutto), verso i 4-5 anni la mia più grande aspirazione era quella di giocare con le bambole per il resto dei miei giorni alla quale, però, si alternava quella di passare felicemente la mia esistenza saltellando gaiamente tra uno scivolo e l’altro dell’asilo. A saperlo, potevo crearmi una sola aspettativa e giocare a vita con le bambole durante la pausa scivolo… ma vabè, ero piccola e non ci ho pensato. Quando ho iniziato le elementari, ho cominciato a capire che oltre alle bambole, ai servizi da the in porcellana (di cui, purtroppo, non c’è più traccia. Anzi, credo che le tracce siano scomparse già pochi minuti dopo l’acquisto… probabilmente fin da piccola manifestavo le mie grandi doti di delicatezza) e ai passeggini c’era altro: la terra. Ed eccoci arrivati alla fase del “voglio fare l’archeologa”. Nella vecchia casa avevamo un giardino che a me sembrava enorme e, se eri fortunato, potevi anche incontrare la talpa che ogni tanto veniva a fare le sue vacanze da noi. Non so sei il merito fosse tutto suo, ma ad un certo punto ho cominciato a fare un sacco di buchi in giardino perché pensavo seriamente che lì sotto fosse nascosto un tesoro o qualche piramide. In realtà, credo che sperassi più nel tesoro stile pirata, ma il film dei Ducktales “Zio Paperone alla ricerca della lampada perduta” e questa scena in particolare mi davano la speranza di imbattermi in qualche tomba Egizia. Il fatto che mi trovassi nella periferia di Jesi e ben lontana dall’Egitto, ovviamente, erano solo dei dettagli… Fatto è che mia madre, sempre alle prese con le pulizie e con il “metti a posto i giochi”, mi ha illuminato dicendo: “Poi quando sarai archeologa e dovrai spolverare tutti quei cocci, guai a te se non mi dai una mano a spolverare in casa”. Credo che quello fu l’ultimo istante in cui pensai di voler diventare un’archeologa. La fase successiva, verso i 12-13 anni, era ben precisa: volevo diventare designer per la Jaguar. Non chiedetemi perché volevo lavorare solo per loro… ancora rimane un mistero pure per me.
E finalmente siamo giunti ai giorni nostri, ma più che altro miei. Senza offesa.
Lo so che studio per diventare un Ingegnetto (o un Archingegnere)… però perché essere così banali e trovare un lavoro per cui hai studiato e faticato peggio di un mulo per (almeno) 5 anni? Per cui… eccoci al periodo dei 22 anni: la pasticciera-cuoca.
Finiti gli esami della sessione estiva, speravo di godermi qualche giorno di mare a fine luglio. Ma la mia proverbiale fortuna mi ha accompagnato ancora e, il giorno dopo l’ultimo esame estivo, l’Italia è piombata nel freddo e sembrava di stare a Berlino, o poco più su. Ma si sa, per evitare di studiare e di fare qualsiasi cosa si possa avvicinare allo studio, noi studenti siamo bravissimi… per cui, credo che la colpa del mio nuovo futuro mestiere sia da attribuire al meteo di fine luglio. Così è deciso.
Se avete l’occhio di lince (non so se il modo di dire è azzeccato… in genere non ci piglio quasi mai, ma questa è un’altra storia), avrete notato che all’inizio del post ho scritto la parola felice. E visto che ormai sapete di cosa parla questo blog, mi pare ovvio che a questo punto scatti la parola Svezia!
Temo che per comprare i miei dolci o cibi vari dovrete prendere un’auto, dirigervi in aeroporto, prendere un aereo, atterrare nella terra delle tre corone, prendere un autobus e, infine, aprire il portafoglio. Tranquilli, se vi presentate con la copia stampata di questo post, mega sconto assicurato. Non è che restare in Italia non possa rendermi felice: penso che aprire una pasticceria a Roma (o solo viverci, a Roma) contribuisca, e molto, alla mia felicità. Ma volete mettere una pasticceria-panetteria-o quello che è immersa nel verde Svedese, a poca distanza dalla città e magari raggiungibile pure in bici? Beh, per me la campagna Svedese e il modello felicità in campagna contro vita in Italia vincono 10 a zero. Se lo scontro è Svezia vs. Roma, magari arriviamo a un pareggio.
Punteggi, quote e puntate a parte, ho scritto un post ed ero partita con l’intenzione di scrivere di tutt’altro: fooorte!
Morsgris, tanguy e bamboccioni vade retro!
Il fu Tommaso Padoa Schioppa sentenziò: “Mandiamo i Bamboccioni fuori di casa”. Ovvero: tutti gli over 25 che vivono ancora con mammà hanno da smammà. Questa era una delle conseguenze ipotizzate della Finanziaria, anno 2007. Secondo ‘sta manovra economica, ci sarebbero state agevolazioni sugli affitti per i più giovani. Voi le avete viste? Io no, tanto che, progettando di trasferirmi a Roma, ho iniziato a surfare il web, come dicono gli Ammerigani, per cercare una stanza a buon prezzo.
Dopo giorni e giorni davanti al pc, oltre a rischiare la cecità, ho rischiato anche di rimanerci secca. Non tanto per un particolare ragazzo (che “affittava” la sua stanza) in cui mi sono imbattuta, quanto piuttosto per gli organi che avrei dovuto dar via per tirare avanti nella capitale.
Ora, che Roma sia la città eterna, che sia bella e che sia piena di studenti fuori sede lo sappiamo tutti. Ma dico io, posso spendere trecento euro al mese, ad andar bene, per un posto letto in camera doppia? Il tutto senza contratto, ovvio.
Visto che per ora ho deciso di tenermi ben stretti pancreas, reni e quant’altro, Roma dovrà attendere.
Come se tutto ciò non bastasse a farci (sì, anche te che leggi perché, come dice Morandi, stiamo uniti) sprofondare, vorrei fare un confronto con quello che succede in Svezia. Lo so, sembra un confronto piuttosto impari e alla fine della fiera ne usciamo veramente da schifo. Però è confortante sapere che nel mondo c’è qualcuno che ha capito come si fa a fare in modo che una ragazza di ventun’anni non pensi neanche lontanamente di svendere qualche organo.
Here we are. Condizione necessaria e sufficiente: in Svezia tutti pagano le tasse e chi non lo fa, è detestabile e detestato.
Se siete così fortunati da essere nati in Svezia, sappiate che lo Stato è ben lieto di sborsare per vossignoria la bellezza di 900 SEK al mese (che corrispondono a 100 euro, corona più, corona meno) dalla vostra nascita, fino allla diciannovesima candelina. Il pargolo beneficia subito delle attenzioni dello Stato: pannolini super fighi, pappette biologiche e quant’altro. Col passare degli anni, parte della somma viene data al giovine Svedese come paghetta e pian piano, si arriva alla fatidica soglia dei 19.
Tenendo presente che l’istruzione in Svezia è gratuita (non c’è da sborsare una corona né all’asilo, né all’università, né per il master) e che lo Stato provvede ad ogni singolo libro/ penna/ compasso/ diario e quaderno dello studente, si fa presto a capire che il diciannovenne Svedese ha in tasca una somma molto cospicua.
E se tutto il gruzzolo risparmiato in quattro lustri non bastasse, ogni studente universitario ha diritto ha un contributo-studio mensile di circa 2200 SEK (più o meno 250 euro), al quale si può aggiungere un prestito agevolato di massimo 4400 SEK. E gli Svedesi sono così onesti, che permettono al fruitore di restituire allo Stato la somma solo nei periodi lavorativi.
Arrivati a questo punto, è facile capire perché in Svezia non ci siano venticinquenni che vivono con i genitori, perché lì ci sia un tasso di nascite molto più elevato dell’Italia e perché lì i bambini si possono fare pure a vent’anni, senza pensare di vendere qualche organo per mantenerli (e mantenersi).
A me sembra piuttosto lineare come pensiero: pagare le tasse al tuo Stato significa ritrovare quei soldi sotto forma di ospedali, di infrastrutture, di scuole gratuite e di servizi vicini alla perfezione. In Svezia questo funziona.
Ma noi siamo in Italia.

Trentadue mesi fa, giorno più giorno meno, mi trovavo seduta di fronte ad una commissione di professori che dovevano verificare la mia maturità: uno dei giorni più traumatici dei miei duecentocinquantaquattro mesi di vita (abbiate pazienza, oggi sono in fissa con i mesi). Temevo quel giorno da tempi immemori, un po’ perché ogni anno tutti i TG ti spiattellano addosso le ansie, i temi e i duechiliepassa dei vocabolari dei maturandi, un po’ perché negli anni novanta quei maturandi avevano l’aria di gente stranamente adulta. Anzi, diciamoci la verità: sembrava che fossero cinquantenni disperati e alla moda (di vent’anni prima). 
Fatto sta che con ansia, studiodavveromattoedisperatissimo dei giorni prima e il magico aiuto (placebo?) della camomilla pare che la commissione di cui sopra abbia attestato la mia maturità. Bene. Solo che, dopo i momenti estatici che seguono sta benedetta maturità certificata, comincia un prurito continuo nella testa: “Che cazzo faccio da domani?”. Io ancora non sono riuscita a grattarlo via, ma questa è un’altra storia.
Non sono a conoscenza di essere umano (o semplicemente antropomorfo) che abbia vissuto questa esperienza con la tranquillità, la serenità e anche la nostalgia che invece dovrebbero accompagnare la fine di un periodo di vita condiviso con altre persone.
E guarda caso, nella quasiperfetta, nordica, verde, giovane e artistica Svezia l’esame di maturità (e annesso stress) non esiste. È pur vero che la scuola superiore in Svezia non è paragonabile ai nostri licei: da noi scegli l’istituto/ liceo che vuoi frequentare (accettando, che Dio ce la mandi buona, il pacchetto accademico dei corsi), lì c’è molta più libertà e attenzione alle attitudini degli studenti. Ovviamente ci sono dei corsi obbligatori da seguire (tipo Lingua Svedese, Inglese e una materia scientifica) poi, però, il piano di studi lo sceglie lo studente in base ai suoi interessi. Questo avviene in molti Paesi del mondo, ma la stranezza Scandinava riguarda l’ultimo giorno di scuola per i maturi.
Premessa: i maturi finiscono la scuola un giorno dopo rispetto agli altri.
Si comincia presto perché questo è uno dei giorni più belli (e alcolici) della vita accademica di uno studente Svedese: sveglia alle ore 6, vestizione con il tradizionale abito da studenten (cappellino marinaresco annesso che verrà firmato, stile annuario, a fine giornata) e poi di corsa al lago più vicino. Anzi no, non al più vicino. A quello stabilito, sennò c’è il rischio che ognuno festeggi tristemente da solo sul lago sbagliato.
Si diceva, colazione studentesca a base di champagne (o simile), fragole e panna. Finita la magnata e la prima bevuta del giorno, la tappa successiva è la scuola deserta: così i maturi possono far baldoria in santa pace nella loro proprietà. Arrivati a scuola, si partecipa a giochi, spettacoli teatrali e concerti fino alle 12, dopodiché si deve abbandonare la scuola (che detta così, sa tipo di eliminazione del Grande Fratello o di Miss Italia). Abbandono reso particolare da quei mattacchioni dei parenti: la famiglia di ogni studente maturo si arma di foto e megaposter del pargolo in tenera età e si apposta al varco dell’edificio, aspettando la trionfale uscita dei fanciulli. Dopo le foto di rito, baci e abbracci, gli studenten salgono su dei carri/ trattori che li portano a spasso per la città, stile vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio, con trombette, musica e l’immancabile alcool.
Finito il giro panoramico, tutti a casa! I maturi sono i protagonisti del giorno e ricevono parenti e amici a casa, mangiano un boccone, trangugiano bevande di ogni tipo e riscuotono fracchi di regali. Terminata la fatica dei convenevoli, si esce di nuovo per il gran finale: la cena/ festa con tutti gli studenten, fino all’alba del giorno dopo.
Certo che sti Svedesi la sanno proprio lunga…
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